giovedì 18 febbraio 2010
Carnevale in maschera, scontro con la polizia
lunedì 25 gennaio 2010
domenica 24 gennaio 2010
intervista a beppe nadi
COME INSEGNO LA SCHERMA
Consigli ed osservazioni di Beppe Nadi
Cinquant'anni d'insegnamento, innumerevoli campioni, due astri della scherma internazionale: i suoi figlioli Nedo e Aldo.
Ecco, in breve, i titoli di Beppe Nadi, che qui vi dice alla buona, con la franchezza e la competenza del Maestro, quali metodi segua nella sua famosissima scuola livornese. Consigli e osservazioni che valgono il più voluminoso trattato.
Ed ecco che in vecchiaia, dopo aver tenuto in mano per mezzo secolo soltanto la spada, prendo di malavoglia la penna per rispondere alla cortesia di Sport Fascista che mi chiede un articolo sul solo tema che io possa trattare.
Come si insegna la scherma. Per molti, è più facile a dirsi che a farsi; per me invece è proprio il contrario.
Quel che occorre prima di tutto per aver dei resultati è uno spirito di sacrificio senza limiti.
Non basta vivere della scherma. Vivere «per» la scherma è necessario se si vogliono creare degli allievi. Il metodo, certo, ha la sua importanza, ma tutti i metodi son più o meno buoni se si insegna con passione. Io espongo ora, senza entrare in troppi particolari tecnici, quel che faccio fare all'allievo che mi si presenta completamente digiuno dell'arte.
Giovane o adulto che sia, lo metto in guardia, curandone scrupolosamente l'estetica e non appena sono riuscito a dargli una posizione armoniosa, comincio a fargli fare i primi passi avanti e indietro, continuando i movimenti per tutto il tempo necessario alla loro perfetta esecuzione.
Quando l'allievo ha già ottenuto una certa sicurezza sulla marcia, gli insegno l'a fondo che deve eseguire in modo perfetto prima di cominciare a studiare le posizioni del pugno. L'esperienza mi ha portato a sfrondare tutto quello che è inutile, e le sole parate che insegno (al fioretto, si capisce, poiché è del fioretto, base di tutta la scherma, che io sto trattando) sono: la terza, la quarta, il mezzo cerchio e la seconda. E tutte con le unghie in alto, senza mai girare la mano. Dalle quattro posizioni comincio a fare eseguire all'allievo i «fili» curandone la perfetta angolazione, poi faccio seguire le «cavazioni», quindi le «controcavazioni» le «controcavazioni con finta» e le «controcavazioni su linee alternate». La progressione è lentissima, e regola generale per me è quella di non insegnare all'allievo niente di nuovo se non eseguisce con sufficiente precisione quel che ha precedentemente imparato.
Allorché l'allievo comincia ad eseguire tutte queste azioni con una certa velocità, mi preoccupo di insegnargli l'attacco camminando, e non appena riesco ad ottenere il passo avanti e l'a fondo corretto unisco a questo le operazioni più elementari, quali, ad es.: la «finta diritta e cavazione» da tutti i quattro lati. Progressivamente, tutte le azioni offensive della scherma saranno sviluppate e ripetute da fermo e camminando, curando sommamente l'estetica e la precisa esecuzione anche a costo di dover ripetere cento volte lo stesso movimento.
Tutto questo richiede otto o dieci mesi di lezione coscienziosa. L'allievo, intanto, ha già assimilato le «contro» che pratica normalmente in lezione, fino a che il Maestro non crede giunto il momento di metterlo agli esercizi di fronte ad un altro allievo più progredito. Base di questi esercizi, le «contro». Credo però indispensabile che il Maestro sia sempre presente, giacché il minimo difetto deve essere immediatamente corretto e in generale la correzione costa tanta maggior fatica quando il difetto èmeno recente.
Dopo circa un anno di lavoro comincio normalmente quella che potrei chiamare la seconda fase dell'insegnamento e cioè il «tempo» e il «contro-tempo» cercando di dare all'allievo idee semplici e chiare in proposito, non tanto con le parole quanto con l'esempio e l'esercizio.
Man mano che l'allievo progredisce nell'esecuzione di tutti i movimenti e nel ragionamento schermistico, io cerco di portarlo all'assalto quasi senza fargli render conto della novità. Dapprima è qualche breve frase di lezione muta, poi la sorpresa nell'eseguire qualsiasi operazione, quindi la libertà di scelta di un'azione, poi lo «spratico» vero e proprio.
«Spratico» è parola antica che vuoi dire l'assalto del Maestro con il principiante. Il Maestro infatti, secondo me. deve sempre essere il primo a tirare con l'allievo e non per una volta, ma per tre mesi almeno, fino a tanto che il nuovo combattente sia plasmato nella sua posizione ed abbia raggiunto un grado di tecnica tale da permettergli di incrociare il ferro con altro avversario. Nella scelta di questo, il Maestro deve ancora una volta intervenire, opponendo sempre al principiante uno schermidore forte e corretto.
Man mano che l'allievo progredisce, l'avversario potrà cambiare. Ormai il novizio è sulla buona strada: non trascurando la lezione e continuando l'assalto egli raggiungerà gradatamente quella forza schermistica a cui tutti i volenterosi possono aspirare. Al di là di questo limite c'è il virtuosismo. La tenacia e l'ingegno aprono le porte agli eletti.
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Fin qui ho parlato del fioretto, ma accennerò anche alla sciabola, quantunque la lezione, in un primo tempo, sia quasi perfettamente identica. L'essenziale, in tutte le armi, è dare una quadratura all'allievo e soltanto quando l'avrà raggiunta, potrà cominciare a studiare particolarmente la disciplina che preferisce.
Le parate di sciabola che io normalmente insegno sono: la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta. Da tutte queste posizioni l'allievo deve eseguire il colpo di punta. Il colpo di taglio è istintivo, tutti sanno più o meno bene eseguirlo; quello che è infinitamente più difficile, e del resto anche più redditizio, è il colpo di punta che fin dai primi a fondo dell'allievo deve esser curato con particolare attenzione.
La difficoltà più grande di mettere a posto il colpo di punta non è all'attacco, bensì alla risposta. Da qui la necessità di insistere sulla puntata prima di passare ai colpi di taglio che l'allievo eseguirà con tanta maggiore precisione quanto meglio avrà imparato a vibrare il colpo di punta.
Il portamento della sciabola è una cosa che non si insegna a parole; l'esempio solo dà all'allievo un'idea precisa di come la sciabola deve essere condotta, con leggerezza e vigoria, guidata dall'avambraccio e non dal pugno.
Quando questo portamento di ferro sarà raggiunto in modo sufficiente, soltanto allora l'allievo che alla sciabola come al fioretto ha espletato nella lezione tutte le azioni di offesa e di difesa, da fermo e camminando,il «tempo» e il «controtempo»,
può essere opposto ad un altro allievo che vada con lui di pari passo nell'insegnamento. Non si tratta ancora di assalto, ma di esercizi convenzionali che sono piuttosto difficili e che servono egregiamente sia a sviluppare l'attacco, sia a rafforzare la parata, sia a dare ai principianti un concetto preciso di quel che è la scherma di sciabola.
Per questi esercizi io consiglio di mettere uno dei due allievi al limite della pedana, proprio con il gomito sinistro a contatto col muro, l'altro di fronte. Questi attaccherà il più semplicemente e il più velocemente possibile, l'altro cercherà di parare senza scomporsi, per rispondere poi dall'immobilità. Si capisce che gli allievi cambieranno spesso di posto e quindi di esercizio, sempre alla presenza del Maestro che deve essere ognora più severo correggendo inesorabilmente i due allievi, uno dei quali avrà all'inizio il difetto inevitabile di partire fuori tempo l'altro altrettanto inevitabilmente marcherà le parate assai più larghe di quanto non convenga. Col tempo e colla pazienza i due principianti, con questo sistema, non tarderanno a fare progressi.
Nella scherma di sciabola, come in quella di fioretto, credo di poter dare una grande importanza alla velocità d'attacco e non so quindi raccomandare abbastanza di far attaccare l'allievo cercando di ottenerne tutto lo scatto possibile a misura normale e magari un po' allungata. Anche di sciabola il procedimento per condurre il novizio all'assalto è lo stesso già detto per il fioretto: lezione muta, sorpresa, «spratico» con il Maestro, primi assalti con schermidori più forti e finalmente il combattimento.
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Di spada da terreno non posso e non voglio parlare perché è bene ch'io dica subito che non so precisamente che cosa sia. Qualche rarissima volta l'ho vista fare molto bene, ma purtroppo gli schermidori sulla pedana erano in questo caso due fiorettisti; molte altre volte l'ho vista far molto male e m'hanno detto allora che eran quelli i cosidetti spadisti puri. Se questa è un 'evoluzione della scherma, confesso che son rimasto indietro e nessuno spero vorrà farmene colpa.
Invece di parlare di quello che io non so (ma cosa vorrà dire che conto fra i miei allievi più d'uno spadista di eccezione?) è meglio che io faccia ora un piccolo esame di coscienza.
Come Maestro di scherma sarebbe ridicolo che facessi il modesto perché i resultati li ho avuti, ma se mi permetto di rivolgermi quest'elogio è bene anche vi dica che sulla pedana sono il più severo, il più noioso, il più fastidioso, il più irascibile degli insegnanti. Me ne hanno fatto colpa e riconosco il mio torto, ma se c'è qualcuno che oggi apprezza il mio ininterrotto lavoro di oltre 50 anni, giorni di Natale e di Pasqua compresi, bisogna pure mi sia perdonato il brutto carattere che riconosco e che pel primo deploro: senza questo carattere però l'Italia - lo dico per la prima volta con un certo orgoglio - avrebbe avuto sicuramente qualche schermidore di meno.
Soddisfazioni intime, la scherma me ne ha date quante un'Arte soltanto può dare ad un artista. In questa città di Livorno alla quale sono rimasto legato d'amore fin dalla mia infanzia, ogni mia goccia di sudore ha fatto sbocciare uno schermidore. Allievi miei sono sparsi per il mondo e ora che son vecchio, ma grazie a Dio ancor vegeto e forte, continuo il mio lavoro di sempre senza pensare neppure che un giorno, ahimè, esso verrà inevitabilmente interrotto.
Il pensiero è tanto triste da frenarmi la penna, ma anche quando sarò costretto ad abbandonare la pedana i ricordi daranno alla mia mente le stesse gioie che m'ha dato la vita operosa. E i miei capolavori - Nedo e Aldo - mi sorrideranno anche al fatale trapasso.
Beppe Nadi
Come vedo la scherma
Dell’agonismo
In una gara ci sono centinaia di avversari ma l’unico vero, che valga la pena di battere, sei te stesso:
in ogni momento, in gara come in allenamento, devi sconfiggerti per poter migliorare, per superare la paura, per controllare la furia.
L’umiltà di chi combatte è diversa da quella del santo. La tua umiltà deve essere un non abbassare mai la guardia con nessun avversario, soprattutto se sai che è più debole di te, perché gli imprevisti in un assalto sono molti. Inoltre all’inizio di un combattimento non darti mai per vinto perché l’imprevisto accade anche al campione.
La tua concentrazione deve ispirarsi alla calma prima della tempesta, quando nel silenzio assoluto l’uragano sembra raccogliersi in se stesso per poi scaricare in un colpo netto la sua furia distruttiva.
Così la tua mente deve apprendere il silenzio che concentra le tue energie e non le sperpera per poi scaricarle in una singola azione in un singolo assalto.
Ricordati però che dopo la tempesta viene sempre il sole: dopo ogni gara, che si vinca o si perda, è inutile angustiarsi sui propri errori tormentandosi. Una volta analizzati gli errori li si imprime nella memoria e con un sorriso ci si promette di migliorare, onorando il patto con se stessi.
Del resto sbagliando si impara.
Dell’assalto
Ricorda che la punta è l’unica tua vera difesa.
L’assalto non è mai finito fino a quando uno dei due tiratori vince. È sciocco arrendersi prima.
Per vincere bisogna innanzi tutto voler vincere.
Ogni tiratore ha il suo stile, la sua scuola, il suo maestro, ma se possiede tempo velocità e misura, per vincere gli basta un affondo.
Nello scontro, nell’intrico delle lame, nel succedersi delle azioni sempre più complicate, affidati completamente alla tua arma: lei sarà tutti e cinque i tuoi sensi.
Dell’avversario
Rispetta il tuo avversario sempre e comunque perché lui è lì per te, al tuo servizio, è la tua prova per crescere.
L’avversario non è la persona che si cela dietro la maschera è solo un enigma da risolvere. Non porta dunque a nulla provare emozioni per l’avversario che siano odio o amicizia.
D'altronde la persona una volta che si è tolta la maschera non è più il tuo avversario